Ed ecco il brano in cui Augias descrive il tumulto provocato dalla comparsa di due donne in gonna-pantalone per le strade di Roma.
E' un po' lungo perchè ho voluto riportare tutto l'episodio, spero abbiate la pazienza di leggerlo tutto
...ah, il Giovanni Sperelli citato nel brano è il protagonista del romanzo!
"La scena, anche se non insolita a Roma, era sorprendente. Una quantità di uomini, forse cento, s'ammassavano davanti a un portone sbarrato urlando congestionati e contemporaneamente ridendo e parlandosi con animazione.
Nella massa si potevano riconoscere garzoni di bottega con indosso i camici e le zimare del loro mestiere, giovanotti eleganti in ghette e bombetta, non pochi signori in età, d'aspetto dignitoso. Tutti parevano fondersi nel medesimo stato d'animo.
Alcuni ragazzi, ancora con i pantaloni al ginocchio, accrescevano la confusione sgusciando tra le gambe degli altri, rincorrendosi eccitati e come in preda a un'insesprimibile felicità. Tra di loro ce n'erano che avevano preso a lanciare sassi raccogliendoli da uno dei cumuli innumerevoli che ingombravano anche quella strada. Da una di queste pietre Giovanni aveva rischiato d'eeser colpito. Ma per la maggior parte volavano al di sopra di quel coacervo e finivano sul portone sbarrato, facendolo rimbombare come se si fosse abbattuta una gigantesca mano irata.
Accanto a lui due o tre giovanotti azzimati osservavano muti, le mani guantate intorno al pomo della canna, sul volto un'espressione divertita. Ricordò a Giovanni quella dei ciechi che, non avendo modo di controllare i propri lineamenti, paiono a volte sorridere senza ragione.
Mettendo insieme mozziconi di frasi e d'ingiurie, senza chiedere niente a nessuno, Sperelli riuscì a capire nel giro di pochi minuti qual era la causa di quel tumulto.
Due signore, forse una madre e una figlia, erano state additate e derise ad alta voce perchè s'era creduto che indossassero la
jupe-culotte. Quella della gonna a pantalone, o
jupe-culotte, come veniva anche chiamata, era un'effimera moda nata a Parigi durante l'inverno e che ora stava cominciando a diffondersi nell'Europa meridionale, in Italia e in Spagna.
Ma, per ragioni inesplicabili, la
jupe-culotte suscitava al suo apparire commenti salaci e una riprovazione quasi unanime. A Firenze, quando Lyda Borelli era entrata in scena al Politeama Nazionale indossandone una di raso nero, s'era levato un tale mormorio dalla platea, che la recita s'era dovuta sospendere. In strada, come ora si vedeva, le conseguenze rischiavano d'essere anche peggiori.
Le donne, spaventate dal codazzo vociferante che andava ingrossando, s'erano rifugiate in quel portone che la portinaia aveva subito sbarrato. E ora la folla ne reclamava la comparsa, certo senza sapere bene a che scopo. Sperelli aveva già deciso di proseguire verso il circolo, ma s'arrestò dopo neanche due passi. Il portone stava socchiudendosi.
Nel varco comparve un sergente di fanteria che alzò le braccia per invitare al silenzio. Alle sue spalle s'intravide un anziano signore. Ondeggiando paurosamente, mentre tratteneva con una mano il cilindro e con l'altra stringeva al petto un fascio di garofani bianchi, il rispettabile vegliardo venne sollevato dalle braccia del sergente e d'altri volenterosi. Affidò i fiori a qualcuno e, riunite le mani attorno alla bocca a portavoce, gridò: "Abbiamo potututo constatare che le due signore non indossano la
jupe-culotte".
Venne inghiottito, scomparve. Ma le sue parole caddero come olio sul fuoco. "Non è vero" urlava la folla. "Bugiardo", "Puttane". Il clamore s'estendeva diventando brontolio sordo e incomprensibile che attraversava la massa in successive ondate. Quasi nessuno rideva più, mentre il lancio dei sassi infittiva e aumentava di forza. Su molti volti Sperelli poteva ora scorgere autentico odio.
"La psicologia delle folle" pensava Giovanni "ha una sua barbarica potenza. Dispiega una forza brutale, transitoria ma immensa, sorretta da sentimenti semplic ed esagerati che si propagano come un contagio".
Nessuno o pochissimi tra quegli uomini eccitati, avrebbero saputo spiegare con parole la propria avversione verso l'indumento chiamato
jupe-culotte. Ma certamente tutti si sarebbero detti convinti d'aver adempiuto a un dovere, partecipando a quel tumulto".
Corrado Augias - Quel treno da Vienna - Mondadori 2006, pp. 93-95