- Prima parte -
Indennizzi assolutamente inadeguati per chi non può più lavorare o per le famiglie rimaste senza sostegno. E le tragedie continuano.
Lavoro, troppi morti e feriti e per chi rimane pensioni da fame
Da tempo l'Anmil chiede più impegno per la prevenzione
e una rivalutazione delle cifre percepite da chi è stato colpito
Roma - "Sono ormai quindici anni che mio marito non torna più a casa la sera: morto mentre lavorava. 850 euro al mese non pagheranno mai la sua vita, la solitudine e il dolore mio e di mia figlia. Mi sono chiesta mille volte perché. Possibile che nessuno senta le grida di questi martiri e il pianto delle loro famiglie? Quante lacrime dobbiamo ancora piangere?".
Maria Giovanna S. è la vedova di un operaio morto sul lavoro. L'anno scorso le morti bianche sono state 1.302. Nei primi nove mesi di quest'anno, l'Inail sostiene che gli infortuni mortali sul lavoro sono diminuiti del 2,1%, ma il dato è probabilmente sottostimato. Sindacati e associazioni di categoria sostengono infatti che nel conteggio delle vittime restano fuori i morti "in itinere": quelli che perdono la vita in incidenti legati all'andare e al venire dal posto di lavoro. Non solo, le cifre scontano i ritardi burocratici per cui una percentuale degli incidenti mortali viene "registrata" mesi dopo i fatti e non figura nei conteggi annuali.
Ogni giorno, dunque, almeno tre croci nei cantieri o nelle fabbriche italiane segnano il ricordo dei caduti per lavoro. In Europa va un po' meno peggio. Negli ultimi dieci anni - dati Eurostat - i morti su lavoro sono diminuiti del 46% in Germania e del 34% in Spagna. Nel nostro Paese sono calati solo del 25%. Ma tragedie enormi come quelle di Torino, accompagnate dallo stillicidio dei morti quasi ignoti delle piccole fabbriche e dei cantieri di tutta Italia, dicono che siamo ancora lontani da una situazione appena "civile".
Il presidente Giorgio Napolitano più volte ha usato parole di fuoco contro la sciagura delle morti bianche, ma il monito sembra essere caduto nel vuoto. Lo stillicidio non accenna a rallentare. "Quando sento gli appelli di Napolitano e penso alla mia vicenda, mi sale la rabbia". Gabriella L., ha 65 anni; vive a Tolfa, piccolo comune vicino Roma. Il 21 settembre del 2004, alla stazione di Civitavecchia, il figlio Flaviano S. che all'epoca aveva 27 anni, è morto folgorato mentre stava riparando la linea ad alta tensione su un palo elettrico delle Ferrovie. Qualcuno si era dimenticato di staccare la tensione. Pochi mesi prima Gabriella aveva perso il marito per un infarto. "Percepisco una rendita di 360 euro al mese, il 20 per cento dello stipendio di mio figlio. Questo è il prezzo di una vita umana".
fonte: Repubblica






