ROSALBA MICELI
Se questo è un uomo di Primo Levi, ha rivelato al mondo intero l’infinito orrore dell’Olocausto ma anche la forza d’animo di quanti hanno cercato di resistere. L’opera di Levi è imperniata fondamentalmente su questi due aspetti. Se ancora si discute sul primo - una delle maggiori resistenze all’accettazione e alla diffusione dei libri di Levi in Israele riguarda la personale concezione che egli aveva dell’Olocausto come una estensione del “normale” comportamento umano e non “un altro pianeta” - non c’è dubbio che lo scrittore abbia dato, consapevolmente, un impulso straordinario alle ricerche sul fenomeno della “resilienza”, ovvero sulla capacità di far fronte alle situazioni avverse. Quanto può sopportare un essere umano senza perdere la propria integrità psichica? Quali strategie mette in atto per mantenere viva la speranza, per confortarsi e non essere sopraffatto? Che senso può dare alla sofferenza?
“La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio più approfondito” (Se questo è un uomo. La tregua, Einaudi, 1958). Ed egli, per primo prova a cercare delle risposte, individuando un elemento chiave nell’aver fede in qualcosa, qualunque cosa sia ciò in cui si ha fede.
Il concetto di resilienza è mutuato dalla fisica dei materiali ed indica la capacità, propria di alcuni metalli, di resistere ad un urto senza spezzarsi. In ambito psicologico non si tratta di semplice resistenza ai colpi dissestanti della vita, quanto di riuscire a ricostruire positivamente un percorso nonostante l’aver vissuto (o il vivere) situazioni difficili che fanno pensare ad un esito negativo. Significa spezzare un rapporto di causa-effetto. Gli studi sul fenomeno della resilienza hanno assunto consistenza scientifica dai risultati di alcune ricerche condotte a partire dagli anni Cinquanta in USA su bambini ed adolescenti appartenenti a contesti familiari svantaggiati: la presenza di fattori di rischio (disoccupazione o disturbi psichiatrici dei genitori, povertà o basso livello di reddito familiare, lutti, conflitti familiari cronici, disabilità fisiche, e altro) non si traduce automaticamente in uno sviluppo negativo, a livello affettivo o professionale. Analizzando le caratteristiche dei bambini resilienti e quelle dei bambini che di contro manifestano difficoltà di adattamento si è cercato di mettere a fuoco i fattori interni (variabili psicologiche dell’individuo) ed esterni (ambientali) responsabili dei percorsi di resilienza.
“Qualcosa che non si può capire costituisce un vuoto doloroso, una puntura, uno stimolo permanente che chiede di essere soddisfatto” si legge nella prefazione alla versione tedesca di Se questo è un uomo. L’attitudine alla resilienza richiede fondamentalmente la capacità di dare un senso a ciò che è accaduto, la gestione delle emozioni, la cura di sé e il mantenimento di un livello sufficiente di autostima, anche in condizioni oggettivamente degradanti. Essenziali sono le capacità di introspezione ma anche di astrazione, di immaginazione, la creazione di uno spazio mentale che funga da riserva psichica, la speranza, l’umorismo, i legami significativi, l’iniziativa, le competenze comunicative, il senso di appartenenza ad una comunità, ad un sistema di valori, una fede religiosa.
Le linee più attuali di ricerca, rivolte principalmente all’educazione alla resilienza e alla prevenzione del disagio psichico, danno grande enfasi ai fattori di protezione, ossia a quelle risorse esterne - relazioni affettive, istituzioni sociali o culturali, figure come i tutori di resilienza - in grado di attivare e sostenere il percorso di sviluppo, mitigando gli effetti di situazioni sfavorevoli. Gli studi sono molto avanzati in Medio Oriente, proprio per il notevole carico di sofferenza che esiste in quell’area di crisi e stanno riscuotendo un notevole successo nei Paesi di lingua francese (Francia, Canada, Belgio e Svizzera) e di lingua spagnola, sull’onda del grande interesse suscitato dalle ricerche di Boris Cyrulnik, neuropsichiatria ed etologo francese, direttore dell’Osservatorio internazionale sulla resilienza. In Italia cominciano ad affermarsi grazie all’opera di Elena Malaguti, docente di pedagogia speciale all’Università di Bologna, e autrice, insieme a Cyrulnik, di diversi testi divulgativi.
Se è vero che un comportamento problematico presentato da un individuo in un determinato momento non comporta inevitabilmente un destino di disadattamento, è pur vero anche il contrario: la resilienza non è una capacità acquisita una volta per tutte, il metallo che ha assorbito tanti urti può improvvisamente spezzarsi. La vita di Primo Levi, conclusasi tragicamente con il suicidio, lo dimostra. Ma la sua testimonianza va oltre il gesto finale, lascia in eredità degli interrogativi sulla complessità della natura umana, ancora senza risposta.
fonte:
La Stampa
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Pensierino Alanesco:
Uno dei miei autori preferiti, si evincono quindi le mie preferenze in fatto di genere di lettura, amo tutta la letteratura sui due periodici bellici, dalla prima alla seconda querra mondiale, con una grande predilizione per la seconda, amo unicamente quei testi che raccontano fatti reali, quindi non le storie romanzate, ma le storie raccontate in prima persona da chi i fatti descritti li ha vissuti e sofferti, amo moltissimo tutta la letteratura sull'epopea partigiana, specialmente quella verificatasi nelle zone dove io abito ossia nelle montagne del nord/ovest, dove i fatti i luoghi e le usanze mi sono assolutamente familiari, e dove posso trarre riscontri con i racconti di mio padre di mio suocero e tutti i parenti della generazione precedente alla mia che quei fatti me li hanno raccontati avendoli vissuti in prima persona, molti di quei fatti li ho ritrovati fedelmente descritti da personaggi noti della zona per essere stati capi di varie formazioni partigiane, tra cui quell'Ettore Serafino descritto nel post precedente.
