domenica 01 aprile 2007
GALATONE- Salento magico e misterioso: in una cittadina in provincia di Lecce, due artisti (lui musicista, lei pittrice) affrontano uno dei più grandi geni della Storia, un personaggio che amava disseminare indizi nella sue opere d'arte, veri e propri patrimoni dell'Umanità. I due, infatti, "sfidano" l'Ultima Cena di Leonardo Da Vinci e ne escono vincitori contribuendo ad arricchire il mito intorno al grande maestro del Rinascimento. In questa pagina vi proponiamo l'intervista completa ai due studiosi, le immagini rivelatrici della scoperta, un approfondimento sul Cenacolo vinciano. Speriamo di darvi presto altre notizie su questo affascinante argomento; Intanto vi invitiamo a scrivere il vostro parere e i vostri contibuti su questa vicenda a info@portadimare.it: "gireremo" per voi le mail ai due studiosi.
“Decodificano” l’Ultima Cena di Leonardo, una delle opere d’arte più famose dell’Umanità, come se fossero due 007 della Storia. E ne ricavano una partitura musicale e una misteriosa - e nello stesso tempo illuminante – “voce” nella lingua dell’Antico Testamento.
In un remoto angolo del mondo conosciuto c’è chi risolve i dilemmi, artistici e filosofici, di un genio che ha lasciato la sua impronta – profondissima – nei secoli: Leonardo da Vinci.
Avvisiamo, inoltre, i lettori più esigenti: qui Dan Brown non ha diritto di cittadinanza. Questa che nasce alla periferia di Galatone, nel leccese, è una storia vera, miscuglio di scienza, musica e passione per l’arte.
A raccontarci tutto sono due coniugi, in sintonia famigliare e concettuale, visto che lui è musicista jazz (vincitore del '99 del Leone d'Oro a Venezia con un gruppo sardo, i Dpf) e lei artista laureata all’Accademia: Giovanni Maria Pala, originario di Ozieri, provincia di Sassari, e Loredana Mazzarella.

Dal loro racconto emerge una storia apparentemente fantastica ma che poggia su una serie sbalorditiva di “incastri” e coincidenze – alcuni casuali ed altri strettamente scientifici – che disegnano una strada maestra verso la lettura “a strati” del capolavoro leonardesco che viene "risolto" come un sommo enigma, svelato come un intricato codice segreto. Quasi che si tratti di un vero e proprio supporto multimediale ante litteram che racchiude video, audio e preghiera.
E partiamo con il racconto: “era il 2003 – dice Gianmario – quando ascolto una notizia su un canale Rai. Apprendo, dunque, che secondo alcuni studiosi il Cenacolo cela una musica e, da musicista, me ne interesso subito”. Così incomincia – in verità anche per gioco – la sfida: Gianmario e Lorella cercano immagini, riuniscono un buon apparato iconografico, mettono tutto su computer. E parte l’indagine su Gesù.
“Senza spiegare tutti i particolari che saranno oggetto di un libro di prossima pubblicazione – spiega il musicista – ho individuato nella tovaglia rappresentata nel dipinto un possibile pentagramma che, ribaltato sui personaggi presenti, restituisce miracolosamente un rigo musicale, una partitura”.
Ed è il primo ciclo di insonnia che prende il nostro Gianmario visto che questa prima scoperta lo mantiene sveglio per diverse notti. La musica, infatti, gira che è un piacere: sintetizzata simulando un organo a canne – strumento per musica sacra utilizzato già dal Rinascimento – la sinfonia è celestiale. Basta ascoltarla per rendersi conto che si possa trattare, plausibilmente, di un inno Dio. L’adagio è, infatti, solenne, austero, dà i brividi. Ed è il primo mistero rivelato.
“Sono tutte minime e semiminime – dice Pala – anche la tonalità frigia rientra nei canoni dell’epoca. E tutto ciò rivela un particolare trascurato dagli studiosi del genio di Vinci: in una lettera di presentazione di Ludovico il Moro viene dipinto, è il caso di dire, anche come ottimo suonatore di lira e conoscitore sopraffino di musica”.
Pittore, scultore, architetto, ingegnere, matematico, anatomista, musicista, inventore e scienziato, dunque. Incarnò a pieno lo spirito universalista della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell'arte e della conoscenza.
“Ma lo hanno studiato anche troppi scienziati – interviene Lorella – mentre le sue opere, e in particolare il Cenacolo, sono poesie mute”. E a cui loro stanno insegnando a parlare. Oltre alla musica, infatti, c’è la voce.
“Altra strana scoperta – continua Gianmaria – ottenuta con un’ulteriore prova sul campo. Unendo le note, cioè, e utilizzando qualche accortezza per leggere la scrittura di Leonardo, è venuta fuori una sequenza”. Sembrano lettere.
Così arriva in soccorso la Teologia e la conoscenza delle Sacre Scritture.
Prima padre Salvatore Palmisano, dei frati minori del convento della Madonna della Grazia di Galatone. Che, però, offre a sua volta un contatto molto autorevole: padre Luigi Orlando, professore di Sacra Scrittura nella Facoltà Teologica pugliese di Bari e alla Pontificia Università Antoniana di Roma.
A lui giunge questo foglio misterioso e il mistero più non è tale: secondo il docente si tratta di aramaico, l’antica lingua ebraica. Sono tutte consonanti e hanno senso compiuto: “Il significato del testo contestualizzato nell’Ultima Cena – scrive padre Luigi – si presta a molteplici spiegazioni teologiche che per ora lasciamo sospese in attesa di ulteriori riscontri”.
Ed un significato c’è, bellissimo, intenso, profondo: chi l’ha letto ne è rimasto folgorato. La traduzione è, anche questa, un inno a Dio. I due significati fondamentali, comunque, confermano la figura di Cristo quale redentore dell'Umanità. Ma perché mai Leonardo dovrebbe aver fatto tutto questo, perché rendere "multidimensionale" la sua già immensa arte?
La risposta, filosofica, la fornisce proprio lui attraverso Lorella: "Così come una giornata ben spesa porta ad un lieto sonno, così una vita ben spesa porta ad una vita eterna".
E, Leonardo, è da sempre uno degli Eterni.

L'Ultima Cena di Leonardo
La realizzazione dell'Ultima Cena si inserisce nell'ambito dell'ampio rinnovamento artistico e culturale, patrocinato da Ludovico il Moro, che dal 1490 si sviluppa a Milano coinvolgendo in pieno il Convento di Santa Maria delle Grazie.
Nel 1495, mentre Donato Montorfano sta ultimando la Crocifissione nel Refettorio, Leonardo riceve l'incarico dal Duca di decorare la parete di fronte con l'Ultima Cena; commissione documentata dagli stemmi che compaiono all'interno di ghirlande vegetali nelle quattro lunette al di sopra della "Cena" e che ricordano appunto i nomi di Ludovico, Beatrice e dei loro figli.
L'elaborazione del Cenacolo è abbastanza lenta, nonostante le sollecitazioni del Moro e del priore: Leonardo impiega, infatti, circa quattro anni (1494-1498) utilizzando una tecnica a secco, cioè a tempera, come se si trattasse di una grande tavola (4,60x8,80m). Per prima cosa decide di non affidarsi alla consolidata tecnica dell'affresco, che pur offrendo garanzie per la conservazione, impone il rispetto del tempo nella stesura; ha invece bisogno della massima libertà nella fase esecutiva per correggere, modificare e ottenere particolari effetti cromatici.
Inoltre la tecnica dell'affresco non si concilia con il suo bizzarro temperamento che lo porta ad alternare periodi di intensa attività ad altri di completo riposo, come testimonia il racconto di Matteo Bandello che è ospite dei padri al convento e lo vede spesso al lavoro.
Benché il tema del Cenacolo fosse raffigurazione tradizionale dei refettori conventuali ed in particolare quelli fiorentini (da ricordare i capolavori di Taddeo Gaddi, di Beato Angelico, di Andrea del Castagno e del Ghirlandaio) l'Ultima Cena è presentata da Leonardo in forma completamente innovativa: non solo è modificata radicalmente l'impostazione della scena, ma la novità più assoluta è data dall'impressionante realismo con cui è narrato l'episodio evangelico.
link









